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Mobilità a Genova PDF Stampa E-mail
Giovedì 19 Marzo 2009 00:00

 

Martedi (17/3/09) in consiglio comunale si è discusso sulla mozione presentata da me, Porcile, Bruno e Dallorto  che aveva come obiettivo l’incentivazione della mobilità sostenibile in un quadro di pianificazione certo negli obiettivi e nelle azioni.
Purtroppo però il dibattito si è quasi esclusivamente orientato  sull’eliminazione del divieto di transito per le due ruote nelle corsie gialle.

Come ho scritto nel comunicato ai giornali, ritengo che vi sia stato un errore di fondo iniziale, quello di non aver realizzato un vero piano della mobilità che prevedesse sia obiettivi generali, sia azioni da distinguersi in prioritarie, secondarie, con finanziamenti certi e incerti; insomma una chiarezza anche sui tempi di realizzazione., e soprattutto una concertazione con le parti interessate. Una visione generale, con obiettivi ed azioni certe e praticabili.  La scelta repressiva di introdurre le telecamere e multare migliaia di motociclisti, confermata anche da questa amministrazione con l’inserimento di nuove telecamere, è discutibile sul metodo, si sarebbe dovuto fare una sperimentazione soft, con una comunicazione adeguata e senza multe, ma solo un’informativa di divieto di transito, seguita solo dopo dall’applicazione delle multe, forse la reazione sarebbe stata diversa e si sarebbe potuto continuare con qualche accorgimento.

Oggi, ritengo che parlare di sperimentazione al contrario, e cioè di permettere il transito delle moto nelle corsie gialle, mi sembra fuori luogo e senza significato alcuno, sarebbe meglio dire che, viste le pressioni di taluni, si fa marcia indietro e si rimette tutto in discussione.

Ritengo che se il divieto di transito fa parte di un quadro generale di mobilità sostenibile ed è una delle azioni ritenuta necessaria, non si debba invertire l’ordine delle priorità e sopravanzare le richieste di mobilità privata su quelle di mobilità pubblica, cedendo alle domande di motociclisti  convinti che sia un diritto da rivendicare il poter transitare in aree riservate ai mezzi pubblici, citando esempi di realtà poco paragonabili alla nostra per quantità di utenza e spazi disponibili (Madrid,Milano).

Io sono motociclista e sono certa che, come me, molti per necessità non potranno mai rinunciare al mezzo privato, ma il punto è che solo se si attuano politiche di significativo miglioramento della quantità (servizi di prossimità, numero corse ,…) e qualità ( confort di viaggio, aumento velocità commerciale,…) della mobilità pubblica (questa sì da perseguire su modelli europei) e se si incentivano i cittadini anche con agevolazioni tariffarie,  si potrà ridurre  il traffico privato con indiretti benefici per lo stesso, in modo che gli scooter possano spostarsi più agevolmente anche senza ostacolare il mezzo pubblico, avendo contestualmente tutelato gli interessi generali e maggioritari della cittadinanza.

Non credo proprio che tornare indietro sia una scelta lungimirante, anzi serve un vero salto di qualità e concretezza nelle scelte di pubblica mobilità.

 

 
Energia Nucleare PDF Stampa E-mail
Giovedì 02 Aprile 2009 00:00

 

 

Il dibattito sul nucleare si è riaperto e viste le diverse posizioni anche del mondo accademico, ci sembra doveroso esprimere alcune osservazioni, su almeno tre livelli: tecnico, culturale e politico.

-Sul piano tecnico ci sembra assolutamente triste constatare che nelle parole che leggiamo non si parli in alcun modo di innovazione. In materia di nucleare, purtroppo, poco si muove da decadi, e non solo in Italia.

Le tecnologie praticabili oggi sono certo migliorate rispetto a quelle di 40 anni fa, ma l’architettura su cui si basano i reattori più moderni è la stessa dei reattori di seconda o di prima generazione, che si tratti di reattori ad acqua pressurizzata o ad acqua bollente. Restano possibili incidenti sui reattori e nel ciclo del combustibile, resta il rischio proliferazione e resta l’inquietante problema scorie nel lungo termine. Le centrali di terza generazione, di cui parla spesso il Ministro Scajola non sono intrinsecamente sicure nè danno una soluzione al problema delle scorie.

A questo si aggiunge un’altro aspetto importante: l’Italia ha oggi perso completamente la capacità tecnologica di costruire reattori. Un rilancio del nucleare in Italia oggi non può prescindere dall’importazione di tecnologie straniere per tutte le parti vitali degli impianti. Quindi il grosso dei guadagni dai nuovi reattori italiani andranno in Francia, negli Stati Uniti o in Giappone, ed alle aziende italiane rimarranno le briciole relative a studi, opere civili, turbine e generatori a vapore Ansaldo nella migliore delle ipotesi. Ed il know how nucleare l’Italia non lo ha perso con il referendum, ma molto prima, senza avere mai avuto una logica di sviluppo proprio della tecnologia nucleare, tant’è che i reattori costruiti in Italia erano stati tutti prodotti su licenza di compagnie straniere. L’Italia è stata l’unica (cosa peraltro non vera, ad esempio l’Austria costruì un reattore che, quasi ultimato, nel 1978 decise di non attivare a causa dell’opposizione popolare) ad abbandonare il nucleare dopo Chernobyl, perchè era l’unica a poterselo permettere, in quanto la produzione da fonte nucleare era intorno all’1% della produzione elettrica nazionale. Ovviamente nè Regno Unito, nè Francia, nè Germania nè alcun altro paese che già all’epoca producevano con l’atomo una frazione importante della propria elettricità potevano praticare una scelta analoga, pena il restare al buio.

Molti di questi paesi hanno messo in atto una politica di sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili, nell’ottica – esplicitamente dichiarata o meno – di uscire gradualmente dal nucleare alla fine del ciclo di vita dei propri reattori. Negli anni l’opzione nucleare, che tante speranze dava al mondo negli anni ’50, ’60 e ’70 del secolo passato, ha perso molto del suo fascino, in quanto all’epoca la sua economicità e le prospettive di sviluppo della sicurezza degli impianti e della chiusura del ciclo combustibile-scorie erano stati sopravvalutati. La possibilità di sviluppare reattori capaci di produrre energia utilizzando il combustibile esaurito degli altri impianti ridimensionando drasticamente il problema scorie si sono infrante con il reattore Superphenix, dimostratosi inaffidabile, costato ai suoi promotori (tra cui ENEL) una fortuna e spento definitivamente nel 1997, dimostrando quanto un nucleare senza scorie sia più lontano oggi che 30 anni fa.

-Sul piano culturale, ci rammarica che non solo nello scenario partitico ma anche in quello accademico la discussione sulle problematiche energetiche sia ancora tanto arretrata.

Argomentazioni quali "il nucleare è economico", "la domanda di energia crescerà", "le rinnovabili e l’efficienza sono marginali rispetto alle potenzialità del nucleare", fuori dall’Italia riportano indietro agli anni ’70. Identificano l’energia con l’elettricità, che è però solo il 17,5% circa della domanda di energia in Italia (tant’è che la Francia, campione mondiale di nucleare e con una popolazione analoga all’Italia, ha consumi di petrolio superiori ai nostri), il resto sono combustibili per le auto, per il riscaldamento e per processi industriali. Oggi, con l’eccezione di alcuni paesi in via di sviluppo e fortemente coinvolti nello sviluppo del nucleare bellico (India, Pakistan, Iran e Cina, per capirci), i settori ricerca e sviluppo che più tirano nel mondo in ambito energetico sono il fotovoltaico, l’eolico, l’edilizia a basso consumo, le auto a basse emissioni, l’efficienza energetica negli impianti industriali e nei beni di consumo, settori in fortissima crescita trainati spesso più dal mercato che dai sussidi pubblici. Nel Nord Europa, ma anche in Germania o Svizzera, interi Paesi si danno obiettivi di riduzione delle emissioni serra e della dipendenza energetica dall’estero ambiziosissimi (e la direttiva 20-20-20 ne è un risultato nel medio termine, mediando con paesi più arretrati quali l’Italia) senza ampliare la propria dipendenza dall’atomo. Persino in Francia nei prossimi anni i nuovi megawatt atomici saranno meno di quelli eolici e di quelli risparmiati da politiche di sviluppo dell’efficienza. In Italia, mentre tutti i Paesi europei e gli Stati Uniti vedono nelle politiche di produzione energetica da fonti rinnovabili, di sviluppo di auto ecologiche e di riconversione a basso consumo del patrimonio edilizio, ci stiamo incamminando su una strada che vede il taglio delle risorse su questi promettenti settori (le politiche in atto contro le detrazioni del 55% o l’attacco all’implementazione della certificazione energetica degli edifici ne sono un esempio) e che vede impegnare decine di miliardi, con ogni probabilità per la maggior parte pubblici, in una politica di rilancio di una tecnologia costosa, pericolosa ed obsoleta che darà qualche risultato di qui a 10-15 anni, sempre che lo darà. In un paese dove è spesso difficile localizzare una discarica, dove costruiranno le centrali? Quali mezzi useranno per sopprimere il dissenso?

-Sul piano politico, le poche argomentazioni qui espresse ci portano ad una sola, desolante constatazione. Dando per scontato che il mondo accademico abbia competenze e cultura sufficienti per comprendere a fondo le banali motivazioni sopra esposte, l’unica ragione che possiamo supporre per il tanto entusiasmo espresso per l’atomo, venga dalla speranza che dai generosi miliardi elargiti all’atomo grazie alle tasche di tutti ne esca qualche spicciolo per puntellare bilanci universitari in profondo rosso, duramente colpiti dai tagli dei finanziamenti e da una politica di spese non appropriata percorsa negli ultimi anni dall’Ateneo. Ci dispiace che il mondo accademico per quattro soldi perda la propria imparzialità ed autorevolezza di giudizio, in un momento in cui tante aree della ricerca offrono spazi straordinari per lo sviluppo di progetti finanziabili, dal settore pubblico come da molti soggetti privati. Dai materiali per l’edilizia dalla progettazione di edifici ad emissioni zero, dallo sviluppo di sistemi a basso consumo per l’industria ed il settore civile a quello di sistemi sostenibili per la mobilità, dalla ricerca sulle fonti rinnovabili a quella della cella a combustibile esistono spazi enormi, capaci di attrarre investimenti anche privati nella ricerca su temi di avanguardia su cui corrono le università ed i centri di ricerca degli altri paesi ricchi.

Con questo non siamo affatto contrari alla ricerca sul nucleare, solo quella ricerca potrà dare soluzioni ai problemi che il nucleare ha già creato, ma non ponendosi a difesa di una politica energetica nazionale insensata, non percorsa da nessun altro paese pressocchè privo di competenze sul nucleare come l’Italia che non punti allo sviluppo del nucleare militare.

 
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Chiunque può sbagliare, ma il dolo reiterato è un'altra cosa - Abbondanza: rinvio a giudizio per diffamazione nei miei confronti!

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