La Fusione Iride Enia nasce da un progetto industriale che
prevedeva la creazione di una grossa multi utility di gestione
di servizi (dall’energia, ai rifiuti, all’acqua, ecc..).
C’era già di fondo un concetto distorto di gestione dei
servizi che finalizzava il processo di fusione al solo business
economico/commerciale, dimenticandosi il fine prioritario di
“bene comune” o “servizio pubblico” che di per sé non dovrebbe
essere finalizzato all’utile, ma all’efficienza del servizio per l’interesse
collettivo.
Sappiamo che processo di privatizzazione dei servizi pubblici è
ormai avviato da decenni, con risultati diversi da quelli sperati,
ossia con un’insoddisfazione generale dei cittadini da un lato e
dell’amministrazione pubblica dall’altro, ma, nonostante i fatti,
i governi in fasi alterni hanno favorito la privatizzazione; nel
settembre 2009, in totale sordina e assenza di un doveroso
dibattito politico e pubblico, e mistificando la realtà, spacciando
la decisione come imposta dall'Europa, il Consiglio dei Ministri ha
approvato un decreto legge che modificando l’articolo 23 bis della
Legge 133/2008, non solo spalanca la strada alla privatizzazione
dell'acqua ma la rende obbligatoria. Infatti, la modifica apportata
prescrive l'affidamento ai privati del servizio idrico tramite gara,
prevedendo che le quote di partecipazione del pubblico ad eventuali
società miste non possano superare il 40%.
Un decreto palesemente incostituzionale, perché getta le
basi per la mercificazione (e quindi la possibile/probabile violazione)
di un diritto individuale irrinunciabile. Di fatto, gli Enti Locali vengono
espulsi per legge, non solo dalla gestione del servizio idrico, bensì
di tutti i servizi pubblici locali, tra cui il trattamento dei rifiuti e il
trasporto pubblico locale.
Gli stessi organi della UE hanno più volte sottolineato che alcune
categorie di servizi non sono sottoposte al principio comunitario
della concorrenza; si veda ad esempio la Comunicazione della
Commissione al Parlamento Europeo COM (2004) 374:
“…le autorità pubbliche competenti (Stato, Regioni, Comuni)
sono libere di decidere se fornire in prima persona un
servizio di interesse generale o se affidare tale compito
a un altro ente (pubblico o privato)”; è peraltro noto che
non esiste alcuna norma europea che sancisce l’obbligo per
le imprese pubbliche di trasformarsi in società private
(come ribadito da: Corte di giustizia CE, 2005; Commissione
CE 2003 e 2006; Parlamento CE, 2006).
I consigli comunali di Genova e Torino aveva votato la fusione
Iride Enia, con la clausola che il 51% del capitale sociale fosse
pubblico.
Ciò comporta necessariamente un chiarimento, in quanto, nel caso
la fusione si facesse senza il 51% pubblico, la votazione in consiglio
comunale di Genova e Torino andrebbe rifatta, pena l’illegittimità
degli atti.
Circa l’eventuale aumento di PIL previsto con la fusione, citato di
recente, vorrei ricordare che il PIL non è un indicatore di benessere,
ma esclusivamente un indice economico che aumenta con
l’aumentare dei consumi, degli incidenti, dell’inquinamento, del traffico,
delle cementificazioni; in tale direzione si è espressa una intera
comunità scientifica e commissione europea creata ad hoc, affermando
che il concetto di sviluppo deve essere inteso in termini non
puramente speculativi/economici, ma di miglioramento della
qualità della vita delle persone, contemplando quindi parametri diversi
dal PIL.