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DOMENICA 31 MAGGIO PDF Stampa E-mail
Mercoledì 27 Maggio 2015 21:29

Non posso stare in silenzio a guardare e lamentarmi, ma mi sento in dovere di “essere partigiana” di contribuire per quel che posso a cambiare la politica di questa Regione.

Non ho alcun interesse particolare, non sono candidata, ma ritengo che non possiamo più permetterci di non votare o votare senza piena consapevolezza.

 

Non possiamo più delegare o essere indifferenti alla politica perchè è proprio da lei che dipendiamo,; il nostro lavoro, la sanità, la possibilità di migliorare la nostra vita dipendono da lei, ed oggi siamo chiamati a decidere il nostro futuro, nella nostra terra.

Faccio una breve analisi sulle liste che si presentano e traggo, di conseguenza, le mie conclusioni:

 

Paita e liste di appoggio: sono quelle che ci hanno governato fino ad oggi, che hanno sperperato il nostro denaro distribuendolo a pioggia senza alcuna reale programmazione, senza alcuna pianificazione economica/industriale, senza alcun reale interesse per la difesa del territorio, per avviare dei processi virtuosi di messa in sicurezza, di recupero dell'esistente, di riqualificazione, ma rimanendo invece strettamente legati alle politiche del cosiddetto “sviluppo”, che però non hanno portato beneficio alcuno. Al contrario, oggi la Liguria ha il più alto tasso di disoccupazione giovanile, dal 2007 al 2013 ha ridotto l'occupazione di 29.000 persone, nonostante abbia investito 290 milioni di euro...ma dove sono andati quei soldi?, Le città franano e, con la trasformazione delle Province in città metropolitane, vengono ridotti i soldi per le manutenzioni dei rivi, ecc....

 

Toti e tutto il centro destra, non sanno più che fare e che dire perchè sono stati scavalcati dal PD renziano sulle politiche liberiste e sono pronti ad accordarsi con Paita

Musso, ha un programma del tutto non condivisibile, forti privatizzazioni, nonostante i dati dimostrino che le privatizzazioni non abbiano portato benefici, ma più disservizi e aumento delle tariffe.

 

Pastorino e Rete a sinistra, è la sommatoria di Sel, + parte del Pd (ora civatiani), + i partitini che per la loro sopravvivenze si aggrappano a questo o quello, in contraddizione con se stessi. Pastorino e Rete a sinistra hanno fatto un'operazione calata dai dirigenti nazionali, senza alcuna condivisione con i cittadini, nè con gli stessi militanti di Sel, molti dei quali oggi si sono staccati dal partito. Sono gli stessi che hanno approvato fino ad oggi le scelte del PD e che ora si presentano come alternativi...non sono credibili.

 

Il M5S, ha un programma condivisibile, ma il movimento si è trasformato in una macchina guidata da Grillo e Casaleggio, dove le persone non contano, sono dei numeri, e se esprimono opinione diversa o sono pensanti, vengono cacciati o messi da parte. Non è vero che “una testa un voto”, e non è vero che le persone decidono, così come è vero che Grillo non vuole vincere ma continuare a fare opposizione, perchè si rende conto che i candidati non hanno le competenze, la consapevolezza, l'esperienza di reale attivismo e studio dei problemi, di gestione di una macchina amministrativa così importante, ma solo slogan e proposte appiccicate come un post it.

 

Rimane “Progetto Altra Liguria”, che come Podemos in Spagna e Tsipras in Grecia, nasce per esigenza di avere un'alternativa politica che ponga al centro le persone, per affrontare concretamente le loro difficoltà di accesso alla casa, di lavoro, di sicurezza, di relazione sociale, di stile di vita più sano, che punta al lavoro utile (con finalità sociale) individuandolo nella difesa del territorio, nel turismo, nell'hi tech, nella green economy, nella riqualificazione e efficienza energetica, che non rimangono slogan, ma obiettivi quantificabili e monitorabili. Una lista con persone che vengono dall'attivismo (Forum dell'acqua, WWF, Italia Nostra, medici, ingegneri, urbanisti, biologi, insegnanti, ecc...) che hanno già dimostrato di saper fare bene nella loro professione e nella loro attività di volontariato e che non intendono più delegare agli altri, che si sono esposti in prima persona perchè ne hanno sentito l'esigenza, la responsabilità e tutto il peso che ne consegue. Questa lista ha un programma chiaro non c'è possibilità di equivoci, non c'è il “ma anche” tipico dei partiti, ma c'è determinazione a perseguire risultati chiari per il bene collettivo.

L'Altra Liguria non solo parla di partecipazione, ma la pratica sin dal suo esordio.

Concludo queste considerazioni dicendo che non è più il tempo di votare tappandosi il naso, o pensare di dare il “voto utile”, ma è necessario votare e far votare BENE, in coscienza, perchè è solo con il nostro voto che si può ottenre un cambiamento.

 

Per tutte queste ragioni voterò Progetto Altra Liguria e auspico di averti convinto a votarlo e farlo votare (se è così manda anche tu una mail come questa e facendo catena. Chissà che non facciamo come Davide contro Golia).

Qui puoi trovare qualcosa sulla lista:

http://www.altraliguria.it/elezioni-regionali-2015/candidati-regionali-2015/

 
L'ITALIA CHE VORREI. RIPARTIRE DALLA LIGURIA PDF Stampa E-mail
Lunedì 20 Aprile 2015 00:00

Nel mese di febbraio 2015 è uscito un nuovo libro scritto da Don Farinella ed altri 13 autori, tra cui la sottoscritta, dal titolo “L'Italia che vorrei. Ripartire dalla Liguria” (ed. Gabrielli editori).

Gli autori hanno formazione ed estrazione sociale differente, uniti dal sentimento di disagio di fronte allo stallo politico della nostra regione e dalla responsabilità di non limitarsi ad osservare e criticare, ma diventare parte attiva del cambiamento che vorremmo.

Il testo è il frutto di riflessioni fatte sui temi di governo della Regione e vuole essere sia fonte di informazione che da sprono per cittadini e politici che si candideranno a governare la regione.

Per i cittadini, affinchè non si limitino a “mugugnare”, ma diventino parte consapevole e attiva del cambiamento che vorremmo, per i politici, affinchè si rendano conto che è l'ora di cambiare paradigma e di “pulire” la politica.

Tralasciando di approfondire l'aspetto, fondamentale, della necessità di persone serie, oneste e competenti, cambiare paradigma significa avere un approccio e una mentalità non allineate alle logiche dell'economia lineare che va a braccetto con le peggiori logiche di mercato, in cui oggi siamo immersi; questa economia ha portato il nostro paese ad una maggiore povertà, ad una maggiore disoccupazione, ad una minore sicurezza sia idrogeologica che sociale, ad un sempre maggiore consumo di risorse naturali con relativi aumenti di costi economici esterni, che non vengono contabilizzati nei costi reali, che continueranno a crescere e che inevitabilmente ricadono sui cittadini.

Il concetto di economia lineare (“dalla culla alla tomba”) deve essere superato da quello di “economia circolare” (“dalla culla alla culla”) che si basa sulla rigenerazione dei prodotti, il loro recupero per usi successivi, sull' incentivazione alla condivisione (già internet, l'energia, le auto si possono condividere) e quindi allo sviluppo di attività del settore terziario (servizi).

In questo modo i prodotti hanno più vite, non vi è necessità di sfruttamento di nuove risorse naturali, si riducono i costi esterni correlati, come i costi di smaltimento, con vantaggi per le imprese (minori costi), riduzione del livello di volatilità dei prezzi, aumento dei tassi di innovazione, occupazione, produttività del capitale ed aumenterebbe la “resilienza” del sistema: la capacità di reagire a shock di ogni tipo (fettori geo-politici, climatici, ecc..).1

Si svilupperebbe così un'economia sana e sostenibile.

Questo processo non può essere avviato se non con una visione sistemica, un approccio trasversale e un obiettivo alto e chiaro, affrontando le problematiche come un tutt'uno e non separatamente come singoli fattori emergenziali (povertà, lavoro, territorio, rifiuti, ecc...).

Partendo da questo presupposto, il libro è strutturato con una parte generale di principi e fondamenti, di Costituzione, di Legalità, Cultura e di Modello di società, e una parte più specifica su temi tipicamente regionali (sanità, territorio, politica energetica, lavoro, sociale, infrastrutture, servizi pubblici, partecipazione, turismo, legalità).

L'approccio dato è appunto la trasversalità degli argomenti, sempre strettamente correlati; abbiamo fatto un'analisi dello stato dell'arte e elaborato delle linee di indirizzo, talvolta più specifiche, altre volte più generali.

A titolo esemplificativo:

-Nell'ambito della sanità, sosteniamo che i tagli possono essere utili solo se si traducono in investimenti per rivoluzionare il modello organizzativo, che si basi sulla gratuità, sull'equità,

universalità. Affrontiamo il tema della mammografia, della riabilitazione, delle carriere interne e degli appalti che hanno alla base un sistema corruttivo capillare e di clientelismo. La liberazione di risorse che ne deriverebbe da una riorganizzazione totale, potrebbe essere reinvestita nella sanità stessa aumentandone l'efficienza fino all'eccellenza.

-Nel capitolo del lavoro affrontiamo il concetto di PIL, di “lavoro utile”, di potenziali incrementi occupazionali legati a politiche industriali chiare (territorio, servizi pubblici, green economy, hight tech collegato all'Università e alle start up). Un piccolo inciso: negli anni 2007-2014 la regione Liguria ha ricevuto stanziamenti per 1,3 mld di euro. Di questi però non ne ha utilizzati (perdendoli) circa 500 mln. Inoltre aveva previsto investimenti per 292 mln di euro nell'ambito dell'occupazione; ebbene dal 2007 al 2014, i dati istat riportano una diminuzione di occupazione di 29.000 unità ed abbiamo una disoccupazione giovanile tra le più alte del nord Italia. Va da sé che è necessario finalizzare la progettazione ad azioni realmente utili e concretizzabili, che è necessario sfruttare bene tutte le risorse stanziate, che è necessario rivedere e monitorare costantemente gli obiettivi da raggiungere e che evidentemente gli investimenti sull'occupazione non hanno portato a risultati sperati. Riteniamo che ancor oggi si facciano progetti per distribuire finanziamenti a pioggia, senza un serio criterio basato su un reale interesse diffuso e che sia assolutamente da rivedere il sistema dei finanziamenti regionali.

-Un capitolo ampio è dedicato al territorio; qui si analizzano diversi ambiti in maniera piuttosto approfondita (dai progetti delle grandi opere, alla nuova legge urbanistica in corso, al Piano Territoriale regionale, alla città metropolitana, alle periferie, all'importanza della pianificazione regionale e comunale anche sui temi della povertà, della socialità, dell'economia, al tema della partecipazione) e si fanno proposte operative concrete finalizzate ad innsecare un circolo virtuoso di liberazione di risorse utili per nuovi lavori e nuova occupazione.

-Affrontiamo il tema della partecipazione e dei beni comuni, analizzando il significato del termine “bene comune”, la normativa europea, il senso concreto della partecipazione e dell'istituzionalizzazione dei processi. E' troppo facile parlare di partecipazione, ma è necessario avviare processi con regole e tempi certi, è necessario informarsi e formarsi, è necessario affrontare il tema seriamente e non demagogicamente. Illustriamo le esperienze partecipative liguri, proponiamo una serie di sturmenti attuativi e la valorizzazione della cooperazione sociale come agente di sviluppo territoriale.

 

Gli autori non hanno una conclusione propria da proporre, né ritengono che il libro sia esaustivo, tanto meno un programma politico, ma vorrebbero essere da stimolo alla partecipazione, alla politica della dignità e del bene comune, al riavvicinamento alla buona politica e al superamento degli individualismi per un bene superiore, togliere lo spazio alla mala politica con la buona politica.

 

Informazioni si possono trovare sul sito librolitaliachevorrei.wordpress.com

 

 

 

1Terragni F. - Sala G., “Il circolo dell'economia”, in QualEnergia, 4 (sett.ott.2013), 18-20

 
NEL NOSTRO TERRITORIO ... PDF Stampa E-mail
Domenica 28 Dicembre 2014 11:31

Ho scritto per Informazione Sostenibile questo articolo:

La Regione Liguria ha un territorio di circa 5500 kmq di cui circa solo il 5% costiero, dove si è concentrata la maggior parte della popolazione.

Dagli anni 50 in poi i terreni agricoli sono stati letteralmente colonizzati per usi diversi dall'agricoltura e le coste sono state occupate da abitazioni, strade, fabbriche, ed altro.

L'urbanizzazione delle coste e delle aree agricole è avvenuta senza una pianificazione reale, ma sempre su richieste dei privati innsecando il circolo vizioso concessioni=oneri di urbanizzazioni= svendita del territorio.

Per tanti anni si è costruito pensando allo sviluppo e al lavoro, concependo l'edilizia e la cementificazione come il volano per l'economia, senza tener conto né delle prospettive reali di crescita rispetto ai mercati, né della qualità dell'abitare, del vivere, del lavoro, della reale tutela del territorio e degli aspetti paesaggistici, tanto meno della sicurezza delle persone.

Tale cementificazione schizzofrenica ha portato ad una serie di conseguenze gravi: impermeabilizzazione dei suoli, mancanza di bacini di contenimento dell'acqua, plateazione dei torrenti e restringimento degli alvei, abbandono dei territori boscati e agricoli e conseguente assenza di manutenzione, mancanza di adeguate infrastrutture pubbliche, servizi e depuratori (con conseguenza di messa in mora per una buona parte dei Comuni liguri), ecc...

Negli anni gli enti locali e la Regione non solo non hanno fatto costante manutenzione del territorio e interventi seri di mitigazione del rischio, ma non si sono neppure mai posti il problema di non rilasciare più concessioni per nuove costruzioni o ampliamenti, di ridurre l'impermeabilizzazione dei suoli, di non aumentare il rischio per le persone, di liberare delle aree ad alto rischio....insomma hanno concesso costantemente di costruire in nome della crescita, della rendita immobiliare e speculativa, del lavoro, e degli oneri di urbanizzazione, rimanendo ancorati a questa vecchia ideologia ed equivalenza del cemento=lavoro, ignorando peraltro la vera pianificazione urbanistica e di bacino e le potenzialità occupazionali ad alta intensità di lavoro con relativi benefici diffusi sulla collettività.

Purtroppo la politica spesso parla di “sostenibilità”, ma in realtà ad ogni occasione continua a rilasciare concessioni e ha dare priorità alle grandi opere (TAV, Gronda) anziché occuparsi del territorio seriamente.

Dal 2010 in poi la Liguria ha avuto una serie di eventi calamitosi dovuti a intense precipitazioni frequenti che hanno causato i danni che ormai i liguri conoscono bene: frane, alluvioni, morti.

Eppure le cose erano note!

Dopo decenni di soldi pubblici spesi per elaborare il progetto dello scolmatore del Bisagno (si parla di 3 mln di euro solo per scrivere la progettazione), con l'alluvione del 2011 l'amministrazione persegue obiettivi minori, ma non risolutivi.

A Genova ci ritroviamo oggi con un progetto finanziato per il mini scolmatore del Rio Fereggiano che viene spacciato per la risoluzione dei problemi, ma che in realtà li risolve solo parzialmente, lasciando alto il rischio nel Bisagno e tralasciando lo scolmatore del Bisagno (tanto da “dimenticarsi” di metterlo sul Piano Urbanistico Comunale), pur essendo un progetto già approvato e l'unica opera in grado di ridurre notevolmente il rischio (insieme al rifacimento della copertura alla foce ed altri minori interventi).

Lo scolmatore del Fereggiano sarà di utilità (forse) per il sub bacino Fereggiano, ma in caso di raggiungimento di piena duecentennale del Bisagno (sempre più frequente) i problemi della vallata saranno sempre gli stessi.

Occorre avere una politica determinata a risolvere i problemi del bacino evitando di sperperare denaro in modo inappropriato solo per rispondere all'emergenza e perseguendo l'obiettivo della mitigazione del rischio rispetto alla piena duecentennale.

La mitigazione dei rischi è stata studiata e aggiornata dalla Provincia di Genova, già da molti anni, con i Piani di Bacino e il Piano degli Interventi.

Vi sono azioni strutturali e non strutturali.

Le prime (scolmatore, consolidamenti del terreno, opere di ingegneria naturalistica, di sostegno, di consolidamento versanti, ecc..) sono articolate in ordine di priorità e di costi; le seconde (vincoli urbanistici, assicurazioni, protezione civile, come sistemi integrati di allarme, di organizzazione dell'emergenza e eventuale soccorso, installazione di idrometri e pluviografi) sono facilmente attuabili, a breve termine e a costi relativamente bassi.

Il Piano prevede l'integrazione di tutte queste opere, ma ad oggi il Comune di Genova non ha attuato neppure le opere non strutturali.

Ad ogni alluvione si piangono fiumi di lacrime per i morti e i danni, si promettono rimborsi e mai più disastri, ma dopo pochi mesi tutti si dimenticano e si ricomincia con la solita logica delle concessioni e degli oneri di urbanizzazione da incassare.

La colpa è anche un po' di quei cittadini che dopo il voto danno piena delega ai politici disinteressandosi della cosa pubblica e occupandosi dei propri interessi individuali,;è di quei cittadini che dopo le alluvioni vanno in piazza a protestare per poi tornare all'indifferenza generale, come se una manifestazione potesse essere sufficiente a far cambiare le cose.

Se davvero si vuole cambiare, come cittadini occorre impegnarsi seriamente, costantemente, rinunciare ad un po' del proprio tempo per dedicarsi a studiare, a partecipare ad imparare, ad ascoltare e a farsi un'opinione consapevole, per essere uniti nelle richieste e nelle proteste, per ostacolare quei percorsi amministrativi che spesso volano sopra le nostre teste, per non essere retorici o demagogici, per articolare correttamente e coscientemente il proprio pensiero e non cadere nei luoghi comuni.

In Liguria e nei nostri Comuni, purtroppo, non vi è una norma che disciplini metodi partecipativi e neppure c'è la volontà di avviare processi trasparenti. Le decisioni vengono prese sopra le nostre teste, e nonostante le alluvioni, si continuiamo a vedere realizzazione di progetti di parcheggio in aree verdi (come il Bosco Pelato di Genova), di centri commerciali in aree a massimo rischio idraulico (come il centro commerciale di Brugnato), di nuove costruzioni su suoli liberi (come il Brico della Val Bisagno), di ampliamenti di coop in zone ad alto rischio, ecc...

Nonostante diversi tentativi di modifiche statutarie sulla partecipazione, il Comune di Genova non ha attuato nulla, tanto meno i consiglieri comunali di opposizione e maggioranza hanno portato avanti le proposte (regolmento sul dibattito pubblico per le grandi opere, modifica sul regolamento per il referendum, regolamento sulla partecipazione) che la sottoscritta aveva presentato nel 2010-11.

Il Piano Urbanistico del Comune di Genova (è il documento dove si scrivono le norme urbanistiche), da anni in itinere, è stato oggetto di osservazioni da parte delle associazioni, di privati, della Regione, ed oggi è in discussione nelle commissioni consigliari.

In questi anni varie associazioni sono riuscite a fare un lavoro capillare analizzando frase per frase, emendamento per emendamento, intervenendo nelle commissioni, proponendo emendamenti e intraprendendo, di fatto, una campagna contro il consumo di suolo.

In primis il Forum Salviamo il Paeesaggio ha inviato al Comune e chiesto di compliare un questionario sull'urbanizzazione comunale (utile per una corretta pianificazione urbanistica), “campagna Censimento del cemento”.

Di seguito si è avviata un'iniziativa lanciata dal Forum Salviamo il Paesaggio di Genova insieme alla rete IF e all'Arci Genova, che ha raccolto l'adesione di più di 50 associazioni. Durante le fasi di consultazione sul PUC, è stata fatta una petizione che in poco tempo ha raccolto migliaia di firme, consegnate direttamente al Sindaco. La petizione si formulava nel seguente modo:

Considerato l'alto indice di urbanizzazione e impermeabilizzazione del suolo, lo stato di abbandono del territorio e il rischio idrogeologico che ne consegue, le difficoltà di accesso alla terra per la produzione agricola locale, l'alto numero di edifici vuoti e l'andamento demografico decrescente,

io cittadino genovese,

chiedo

che il PUC (Piano Urbanistico Comunale) non preveda ulteriore consumo di terreno libero, né in superficie, né sottoterra. Stop al consumo di territorio.

Le associazioni hanno poi organizzato un dibattito pubblico con relatori che hanno attuato e stanno attuando piani urbanistici a crescita zero (Luca Martinelli (giornalista di Altreconomia); Guido Montanari (docente di storia dell'architettura contemporanea del Politecnico di Torino e assessore all’urbanistica comunale di Rivalta); Roberto Corti (sindaco di Desio); Domenico Finiguerra (ex sindaco di Cassinetta di Lugagnano) Fabio Balocco (avvocato ambientalista -Pro Natura), per dimostrare agli assessori comunali (Bernini) e regionali (Barbagallo) che le nostre istanze sono assolutamente praticabili da subito, basta la volontà.

La costanza e la fermezza di queste associazioni, insieme agli sfortunati eventi alluvionali hanno portato l'amministrazione a retrocedere rispetto ad alcune posizioni iniziali, ma l'obiettivo prioritario Stop al consumo di suolo non è ancora raggiunto.

Ci vorrà ancora del tempo affinchè le istituzioni comprendano che le nostre richieste non sono esagerate, ma necessarie per la sicurezza delle persone, per migliorarne la qualità della vita, e del lavoro e ci vorrà molta più partecipazione da parte delle persone affinchè non si perda il lavoro fatto fino ad oggi.


La Regione Liguria ha un territorio di circa 5500 kmq di cui circa solo il 5% costiero, dove si è concentrata la maggior parte della popolazione. Dagli anni 50 in poi i terreni agricoli sono stati letteralmente colonizzati per usi diversi dall’agricoltura e le coste sono state occupate da abitazioni, strade, fabbriche, ed altro. L’urbanizzazione delle coste e delle aree agricole è avvenuta senza una pianificazione reale, ma sempre su richieste dei privati innescando il circolo vizioso concessioni=oneri di urbanizzazioni= svendita del territorio.

Per tanti anni si è costruito pensando allo sviluppo e al lavoro, concependo l’edilizia e la cementificazione come il volano per l’economia, senza tener conto né delle prospettive reali di crescita rispetto ai mercati, né della qualità dell’abitare, del vivere, del lavoro, della reale tutela del territorio e degli aspetti paesaggistici, tanto meno della sicurezza delle persone. Tale cementificazione schizofrenica ha portato ha una serie di conseguenze gravi: impermeabilizzazione dei suoli, mancanza di bacini di contenimento dell’acqua, plateazione dei torrenti e restringimento degli alvei, abbandono dei territori boscati e agricoli e conseguente assenza di manutenzione, mancanza di adeguate infrastrutture pubbliche, servizi e depuratori (con conseguenza di messa in mora per una buona parte dei Comuni liguri), ecc…

Negli anni gli enti locali e la Regione non solo non hanno fatto costante manutenzione del territorio e interventi seri di mitigazione del rischio, ma non si sono neppure mai posti il problema di non rilasciare più concessioni per nuove costruzioni o ampliamenti, di ridurre l’impermeabilizzazione dei suoli, di non aumentare il rischio per le persone, di liberare le aree ad alto rischio….insomma hanno concesso costantemente di costruire in nome della crescita, della rendita immobiliare e speculativa, del lavoro, e degli oneri di urbanizzazione, rimanendo ancorati a questa vecchia ideologia ed equivalenza del cemento=lavoro, ignorando peraltro la vera pianificazione urbanistica e di bacino e le potenzialità occupazionali ad alta intensità di lavoro con relativi benefici diffusi sulla collettività.
Purtroppo la politica spesso parla di “sostenibilità”, ma in realtà ad ogni occasione continua a rilasciare concessioni e a dare priorità alle grandi opere (TAV, Gronda) anziché occuparsi del territorio.

Dal 2010 in poi la Liguria ha avuto una serie di eventi calamitosi dovuti a intense precipitazioni frequenti che hanno causato i danni che ormai i liguri conoscono bene: frane, alluvioni, morti. E tuttavia non si era all’oscuro dei problemi del territorio. Ma le soluzioni? Ecco alcuni esempi: a Genova, dopo decenni di soldi pubblici spesi per elaborare il progetto dello scolmatore del Bisagno (si parla di 3 milioni di euro solo per scrivere la progettazione), con l’alluvione del 2011 l’amministrazione persegue obiettivi minori, ma non risolutivi. Tanto da “dimenticare” di inserire questo progetto nel Piano Urbanistico Comunale, pur essendo già approvato e l’unica opera in grado di ridurre notevolmente il rischio (insieme al rifacimento della copertura alla foce ed altri minori interventi).

Sempre a Genova ci ritroviamo oggi con un progetto finanziato per il mini scolmatore del Rio Fereggiano che viene spacciato come risoluzione dei problemi, ma che in realtà li risolve solo parzialmente, dal momento che il rischio nel Bisagno resta elevato. Lo scolmatore del Fereggiano sarà di utilità (forse) per il sub bacino Fereggiano, ma in caso di raggiungimento di piena del Bisagno (evento sempre più frequente) i problemi della vallata resteranno identici.

Occorre attivare una politica determinata a risolvere i problemi del bacino evitando di sperperare denaro in modo inappropriato solo per rispondere all’emergenza e perseguendo l’obiettivo della mitigazione del rischio rispetto alla piena duecentennale (1). La mitigazione dei rischi è stata studiata e aggiornata dalla Provincia di Genova, già da molti anni., con i Piani di Bacino e il Piano degli Interventi, che prevedono azioni strutturali e non strutturali. Le prime (scolmatore, consolidamenti del terreno, opere di ingegneria naturalistica, di sostegno, di consolidamento versanti, ecc..) sono articolate in ordine di priorità e di costi; le seconde (vincoli urbanistici, assicurazioni, protezione civile, come sistemi integrati di allarme, di organizzazione dell’emergenza e eventuale soccorso, installazione di idrometri e pluviografi) sono facilmente attuabili, a breve termine e a costi relativamente bassi. Il Piano prevede l’integrazione di tutte queste opere, ma ad oggi il Comune di Genova non ha attuato neppure le opere non strutturali.

Ad ogni alluvione si piangono fiumi di lacrime per i morti e i danni, si promettono rimborsi (che magari non arrivano) e mai più disastri, ma dopo pochi mesi tutti si dimenticano e si ricomincia con la solita logica delle concessioni e degli oneri di urbanizzazione da incassare. La colpa è anche un po’ di quei cittadini che dopo il voto danno piena delega ai politici disinteressandosi della cosa pubblica e occupandosi dei propri interessi individuali, ma anche di quei cittadini che dopo le alluvioni vanno in piazza a protestare per poi tornare all’indifferenza generale, come se una manifestazione potesse essere sufficiente a far cambiare le cose. Se davvero si vuole cambiare, come cittadini occorre impegnarsi seriamente, costantemente, rinunciare ad un po’ del proprio tempo per dedicarsi a studiare, a partecipare, ad imparare, ad ascoltare e a farsi un’opinione consapevole, per essere uniti nelle richieste e nelle proteste, per ostacolare quei percorsi amministrativi che spesso volano sopra le nostre teste, per non essere retorici o demagogici, per articolare correttamente e coscientemente il proprio pensiero e non cadere nei luoghi comuni.

In Liguria e nei nostri Comuni, purtroppo, non vi è una norma che disciplini metodi partecipativi e neppure c’è la volontà di avviare processi trasparenti. Le decisioni vengono prese sopra le nostre teste, e nonostante le alluvioni, si continuano a realizzare progetti di parcheggio in aree verdi (come il Bosco Pelato di Genova), di centri commerciali in aree a massimo rischio idraulico (come il centro commerciale di Brugnato), di nuove costruzioni su suoli liberi (come il Brico della Val Bisagno), di ampliamenti di coop in zone ad alto rischio, ecc…

Nonostante diversi tentativi di modifiche statutarie sulla partecipazione, il Comune di Genova non ha attuato alcunché, tanto meno i consiglieri comunali di opposizione e maggioranza hanno portato avanti le proposte (regolamento sul dibattito pubblico per le grandi opere, modifica sul regolamento per il referendum, regolamento sulla partecipazione) che la sottoscritta aveva presentato nel 2010-11.

Il Piano Urbanistico del Comune di Genova (è il documento dove si scrivono le norme urbanistiche), da anni in itinere, è stato oggetto di osservazioni da parte delle associazioni, di privati, della Regione, ed oggi è in discussione nelle commissioni consiliari. In questi anni varie associazioni sono riuscite a fare un lavoro capillare analizzando frase per frase, emendamento per emendamento, intervenendo nelle commissioni, proponendo emendamenti e intraprendendo, di fatto, una campagna contro il consumo di suolo. In primis il Forum Salviamo il Paesaggio ha inviato al Comune e chiesto di compilare un questionario sull’urbanizzazione comunale (utile per una corretta pianificazione urbanistica), “campagna Censimento del cemento”. Successivamente si è avviata un’iniziativa lanciata dal Forum Salviamo il Paesaggio di Genova insieme alla rete IF e all’Arci Genova, che ha raccolto l’adesione di più di 50 associazioni. Durante le fasi di consultazione sul PUC, è stata preparata una petizione che in poco tempo ha raccolto migliaia di firme, consegnate direttamente al Sindaco. La petizione era così formulata:

Considerato l’alto indice di urbanizzazione e impermeabilizzazione del suolo, lo stato di abbandono del territorio e il rischio idrogeologico che ne consegue, le difficoltà di accesso alla terra per la produzione agricola locale, l’alto numero di edifici vuoti e l’andamento demografico decrescente,
io cittadino genovese,
chiedo
che il PUC (Piano Urbanistico Comunale) non preveda ulteriore consumo di terreno libero, né in superficie, né sottoterra. Stop al consumo di territorio.

Le associazioni hanno poi organizzato un dibattito pubblico con relatori che hanno attuato e stanno attuando piani urbanistici a crescita zero (Luca Martinelli (giornalista di Altreconomia); Guido Montanari (docente di storia dell’architettura contemporanea del Politecnico di Torino e assessore all’urbanistica comunale di Rivalta); Roberto Corti (sindaco di Desio); Domenico Finiguerra (ex sindaco di Cassinetta di Lugagnano) Fabio Balocco (avvocato ambientalista -Pro Natura), per dimostrare agli assessori comunali (Bernini) e regionali (Barbagallo) che si trattava di istanze praticabili da subito, se solo lo si fosse voluto. La costanza e la fermezza di queste associazioni, insieme agli sfortunati eventi alluvionali hanno portato l’amministrazione a retrocedere rispetto ad alcune posizioni iniziali, ma l’obiettivo prioritario “Stop al consumo di suolo” non è ancora raggiunto. Servirà ancora tempo per far comprendere alle istituzioni che non si tratta di richieste esagerate, bensì necessarie per la sicurezza delle persone, per una migliore qualità della vita e del lavoro ed occorrerà una maggiore partecipazione delle persone affinchè non si perda il lavoro fatto fino ad oggi.

(1) Si tratta della portata che si verifica, secondo le statistiche delle precipitazioni, una volta nel corso di duecento anni. E’ la portata che le norme impongono di adottare per dimensionare i sistemi di allontanamento delle acque e poter considerare l’area in sicurezza idraulica.

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La Regione Liguria ha un territorio di circa 5500 kmq di cui circa solo il 5% costiero, dove si è concentrata la maggior parte della popolazione. Dagli anni 50 in poi i terreni agricoli sono stati letteralmente colonizzati per usi diversi dall’agricoltura e le coste sono state occupate da abitazioni, strade, fabbriche, ed altro. L’urbanizzazione delle coste e delle aree agricole è avvenuta senza una pianificazione reale, ma sempre su richieste dei privati innescando il circolo vizioso concessioni=oneri di urbanizzazioni= svendita del territorio.

Per tanti anni si è costruito pensando allo sviluppo e al lavoro, concependo l’edilizia e la cementificazione come il volano per l’economia, senza tener conto né delle prospettive reali di crescita rispetto ai mercati, né della qualità dell’abitare, del vivere, del lavoro, della reale tutela del territorio e degli aspetti paesaggistici, tanto meno della sicurezza delle persone. Tale cementificazione schizofrenica ha portato ha una serie di conseguenze gravi: impermeabilizzazione dei suoli, mancanza di bacini di contenimento dell’acqua, plateazione dei torrenti e restringimento degli alvei, abbandono dei territori boscati e agricoli e conseguente assenza di manutenzione, mancanza di adeguate infrastrutture pubbliche, servizi e depuratori (con conseguenza di messa in mora per una buona parte dei Comuni liguri), ecc…

Negli anni gli enti locali e la Regione non solo non hanno fatto costante manutenzione del territorio e interventi seri di mitigazione del rischio, ma non si sono neppure mai posti il problema di non rilasciare più concessioni per nuove costruzioni o ampliamenti, di ridurre l’impermeabilizzazione dei suoli, di non aumentare il rischio per le persone, di liberare le aree ad alto rischio….insomma hanno concesso costantemente di costruire in nome della crescita, della rendita immobiliare e speculativa, del lavoro, e degli oneri di urbanizzazione, rimanendo ancorati a questa vecchia ideologia ed equivalenza del cemento=lavoro, ignorando peraltro la vera pianificazione urbanistica e di bacino e le potenzialità occupazionali ad alta intensità di lavoro con relativi benefici diffusi sulla collettività.
Purtroppo la politica spesso parla di “sostenibilità”, ma in realtà ad ogni occasione continua a rilasciare concessioni e a dare priorità alle grandi opere (TAV, Gronda) anziché occuparsi del territorio.

Dal 2010 in poi la Liguria ha avuto una serie di eventi calamitosi dovuti a intense precipitazioni frequenti che hanno causato i danni che ormai i liguri conoscono bene: frane, alluvioni, morti. E tuttavia non si era all’oscuro dei problemi del territorio. Ma le soluzioni? Ecco alcuni esempi: a Genova, dopo decenni di soldi pubblici spesi per elaborare il progetto dello scolmatore del Bisagno (si parla di 3 milioni di euro solo per scrivere la progettazione), con l’alluvione del 2011 l’amministrazione persegue obiettivi minori, ma non risolutivi. Tanto da “dimenticare” di inserire questo progetto nel Piano Urbanistico Comunale, pur essendo già approvato e l’unica opera in grado di ridurre notevolmente il rischio (insieme al rifacimento della copertura alla foce ed altri minori interventi).

Sempre a Genova ci ritroviamo oggi con un progetto finanziato per il mini scolmatore del Rio Fereggiano che viene spacciato come risoluzione dei problemi, ma che in realtà li risolve solo parzialmente, dal momento che il rischio nel Bisagno resta elevato. Lo scolmatore del Fereggiano sarà di utilità (forse) per il sub bacino Fereggiano, ma in caso di raggiungimento di piena del Bisagno (evento sempre più frequente) i problemi della vallata resteranno identici.

Occorre attivare una politica determinata a risolvere i problemi del bacino evitando di sperperare denaro in modo inappropriato solo per rispondere all’emergenza e perseguendo l’obiettivo della mitigazione del rischio rispetto alla piena duecentennale (1). La mitigazione dei rischi è stata studiata e aggiornata dalla Provincia di Genova, già da molti anni., con i Piani di Bacino e il Piano degli Interventi, che prevedono azioni strutturali e non strutturali. Le prime (scolmatore, consolidamenti del terreno, opere di ingegneria naturalistica, di sostegno, di consolidamento versanti, ecc..) sono articolate in ordine di priorità e di costi; le seconde (vincoli urbanistici, assicurazioni, protezione civile, come sistemi integrati di allarme, di organizzazione dell’emergenza e eventuale soccorso, installazione di idrometri e pluviografi) sono facilmente attuabili, a breve termine e a costi relativamente bassi. Il Piano prevede l’integrazione di tutte queste opere, ma ad oggi il Comune di Genova non ha attuato neppure le opere non strutturali.

Ad ogni alluvione si piangono fiumi di lacrime per i morti e i danni, si promettono rimborsi (che magari non arrivano) e mai più disastri, ma dopo pochi mesi tutti si dimenticano e si ricomincia con la solita logica delle concessioni e degli oneri di urbanizzazione da incassare. La colpa è anche un po’ di quei cittadini che dopo il voto danno piena delega ai politici disinteressandosi della cosa pubblica e occupandosi dei propri interessi individuali, ma anche di quei cittadini che dopo le alluvioni vanno in piazza a protestare per poi tornare all’indifferenza generale, come se una manifestazione potesse essere sufficiente a far cambiare le cose. Se davvero si vuole cambiare, come cittadini occorre impegnarsi seriamente, costantemente, rinunciare ad un po’ del proprio tempo per dedicarsi a studiare, a partecipare, ad imparare, ad ascoltare e a farsi un’opinione consapevole, per essere uniti nelle richieste e nelle proteste, per ostacolare quei percorsi amministrativi che spesso volano sopra le nostre teste, per non essere retorici o demagogici, per articolare correttamente e coscientemente il proprio pensiero e non cadere nei luoghi comuni.

In Liguria e nei nostri Comuni, purtroppo, non vi è una norma che disciplini metodi partecipativi e neppure c’è la volontà di avviare processi trasparenti. Le decisioni vengono prese sopra le nostre teste, e nonostante le alluvioni, si continuano a realizzare progetti di parcheggio in aree verdi (come il Bosco Pelato di Genova), di centri commerciali in aree a massimo rischio idraulico (come il centro commerciale di Brugnato), di nuove costruzioni su suoli liberi (come il Brico della Val Bisagno), di ampliamenti di coop in zone ad alto rischio, ecc…

Nonostante diversi tentativi di modifiche statutarie sulla partecipazione, il Comune di Genova non ha attuato alcunché, tanto meno i consiglieri comunali di opposizione e maggioranza hanno portato avanti le proposte (regolamento sul dibattito pubblico per le grandi opere, modifica sul regolamento per il referendum, regolamento sulla partecipazione) che la sottoscritta aveva presentato nel 2010-11.

Il Piano Urbanistico del Comune di Genova (è il documento dove si scrivono le norme urbanistiche), da anni in itinere, è stato oggetto di osservazioni da parte delle associazioni, di privati, della Regione, ed oggi è in discussione nelle commissioni consiliari. In questi anni varie associazioni sono riuscite a fare un lavoro capillare analizzando frase per frase, emendamento per emendamento, intervenendo nelle commissioni, proponendo emendamenti e intraprendendo, di fatto, una campagna contro il consumo di suolo. In primis il Forum Salviamo il Paesaggio ha inviato al Comune e chiesto di compilare un questionario sull’urbanizzazione comunale (utile per una corretta pianificazione urbanistica), “campagna Censimento del cemento”. Successivamente si è avviata un’iniziativa lanciata dal Forum Salviamo il Paesaggio di Genova insieme alla rete IF e all’Arci Genova, che ha raccolto l’adesione di più di 50 associazioni. Durante le fasi di consultazione sul PUC, è stata preparata una petizione che in poco tempo ha raccolto migliaia di firme, consegnate direttamente al Sindaco. La petizione era così formulata:

Considerato l’alto indice di urbanizzazione e impermeabilizzazione del suolo, lo stato di abbandono del territorio e il rischio idrogeologico che ne consegue, le difficoltà di accesso alla terra per la produzione agricola locale, l’alto numero di edifici vuoti e l’andamento demografico decrescente,
io cittadino genovese,
chiedo
che il PUC (Piano Urbanistico Comunale) non preveda ulteriore consumo di terreno libero, né in superficie, né sottoterra. Stop al consumo di territorio.

Le associazioni hanno poi organizzato un dibattito pubblico con relatori che hanno attuato e stanno attuando piani urbanistici a crescita zero (Luca Martinelli (giornalista di Altreconomia); Guido Montanari (docente di storia dell’architettura contemporanea del Politecnico di Torino e assessore all’urbanistica comunale di Rivalta); Roberto Corti (sindaco di Desio); Domenico Finiguerra (ex sindaco di Cassinetta di Lugagnano) Fabio Balocco (avvocato ambientalista -Pro Natura), per dimostrare agli assessori comunali (Bernini) e regionali (Barbagallo) che si trattava di istanze praticabili da subito, se solo lo si fosse voluto. La costanza e la fermezza di queste associazioni, insieme agli sfortunati eventi alluvionali hanno portato l’amministrazione a retrocedere rispetto ad alcune posizioni iniziali, ma l’obiettivo prioritario “Stop al consumo di suolo” non è ancora raggiunto. Servirà ancora tempo per far comprendere alle istituzioni che non si tratta di richieste esagerate, bensì necessarie per la sicurezza delle persone, per una migliore qualità della vita e del lavoro ed occorrerà una maggiore partecipazione delle persone affinchè non si perda il lavoro fatto fino ad oggi.

(1) Si tratta della portata che si verifica, secondo le statistiche delle precipitazioni, una volta nel corso di duecento anni. E’ la portata che le norme impongono di adottare per dimensionare i sistemi di allontanamento delle acque e poter considerare l’area in sicurezza idraulica.

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CONTRORIFORME, CONTRORIFORME, ANCORA CONTRORIFORME: E' CIO' CHE VOGLIAMO? PDF Stampa E-mail
Lunedì 21 Luglio 2014 17:33

Il largo consenso di Renzi sta dando i frutti previsti, avanti tutta sulle riforme,

sulla legge elettorale e sulla modifica della Costituzione.

Peccato però che la convergenza con Berlusconi trova sempre più spazio, con

conseguente maggior potere di azione di chi andrà al governo e relativo

depotenziamento dell'opposizione, della società e degli organi di controllo.

Su Il Fatto quotidiano si comprende chiaramente la deriva autoritaria e lo

svuotamento di democrazia che queste riforme porteranno. Ecco il link:

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/06/patto-renzi-berlusconi-il-modello

-super-premier-senza-opposizione/1051713/?utm_source=home&utm_medium

=banner&utm_content=sidebar&utm_campaign=demaut

 

Esistono alternative? Ma certo; giuristi e professionisti hanno elaborato e

proposto soluzioni diverse, nel rispetto dei principi ispiratori della Costituzione

e del concetto di rispetto delle minoranze e di partecipazione dei cittadini alle

scelte politiche.

Anche in questo caso occorre citare Il Fatto quotidiano che elabora una

lettura sinottica di due proposte: quella Renzi-Verdini-Berlusconi

e quella del Fatto Quotidiano:

http://www.ilfattoquotidiano.it/10proposte/#/camera

Senza entrare necessariamente nel dettaglio appare lampante come la riforma

elettorale risponda esattamente alle logiche dei partiti e non alla volontà dei

cittadini. Sia alla Camera che in Senato non ci saranno preferenze ed i

membri del Senato non saranno più eletti dai cittadini, ma dai partiti nelle singole

regioni.

Mi soffermo solo un attimo sulla riforma del Senato: la Proposta

Renzi-Berlusconi prevede che il Senato Sarà composto da 100 senatori non

eletti a suffragio universale: 95 eletti dai Consigli Regionali (75 tra i

consiglieriregionali e 21 tra i sindaci) + 5 eletti dal Presidente della Repubblica.

Sarà prevista l'immunità, come per la Camera, con richiesta di autrizzazione

a procedere per arresto, perquisizioni e intercettazioni.

 

In sostanza, dopo aver tolto ai cittadini il potere di votare le Province, con

l'introduzione della Città metropolitana, i cui rappresentanti saranno nominati dai

consiglieri comunali (che si spartiranno le poltrone), la stessa sorte spetterà al

Senato.

Qui sotto si può avere un'idea, nel caso Liguria, di coloro che beneficierebbero di

tale legge elettorale e che pur consiglieri regionali potrebbero essere pure Senatori....

 

Ovviamente l'obiezione non è sulla rilevanza penale o meno degli illeciti

contestati ma sulle motivazioni, e quindi sulle modalità di selezione

politica dei personaggi: mera ricerca dell'autocollocamento attraverso

bieca subalternità al “potente” di turno.

Criteri largamente maggioritari per gli eletti e nominati di ogni ambito.

Inoltre i già deboli e disattesi strumenti di democrazia diretta (referendum

abrogativo e leggi di iniziativa popolare) vengono resi addirittura più difficoltosi

prevedendo un numero maggiore di firme richieste e sottoponendole al vaglio di

una Corte Costituzionale più “governativa”. Eattamente l'opposto delle reali

necessità di una democrazia rinforzata, che prevederebbe:

 

-migliori strumenti di selezione del personale della politica rappresentativa:

il superamento della logica di partiti/movimenti che, in quanto associazioni private,

si danno regole autodeterminate, anche ademocratiche, insindacabili, per poi

controllare le istituzione in modo sempre più svincolato (la chiamano governabilità) ...

-migliori strumenti di contropotere e controllo: la separazione netta tra potere

politico, economico e strumenti di controllo (magistratura; Authority; informazione;...)

almeno su modelli anglossassoni. Possibilmente anche meglio.

-migliori strumenti partecipativi e di democrazia diretta a disposizione della

cittadinanza attiva e competente: di complemento, per colmare i deficit di

rappresentanza dati da una classe politica autoreferenziale e subalterna a poteri

politici-economici, sempre più schiaccianti e spessissimo con interessi speculativi,

specie sui beni comuni, opposti ai più diffusi interessi di cittadinanza.

 

DITE NO AL PARLAMENTO DEI NOMINATI E

ALLE RIFORME CHE LIMITANO I REFERENDUM E

UCCIDONO LA DEMOCRAZIA PARTECIPATA!

FIRMA QUI

 

 

 
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